Starshield, la versione militare della rete satellitare Starlink di SpaceX, è diventato una componente importante delle capacità ucraine durante la guerra contro la Russia, ma le recenti restrizioni al servizio hanno riacceso il dibattito sulla dipendenza di Kyiv da infrastrutture private controllate da aziende statunitensi. Sul caso ha aperto un’inchiesta il senatore democratico Richard Blumenthal.
Secondo le autorità ucraine, nella notte del 14 ottobre SpaceX avrebbe introdotto restrizioni operative, fissando un limite di velocità a 161 chilometri orari e riducendo la capacità degli intercettori ucraini di contrastare i droni russi a propulsione a reazione.
La possibilità di mantenere collegamenti anche in presenza di attacchi contro le infrastrutture terrestri ha reso i sistemi satellitari particolarmente importanti per la capacità di resistenza dell’Ucraina. Considerata l’urgenza con cui Kyiv ha sollevato le problematiche relative alle restrizioni, non è scorretto definire Starshield come fondamentale in questo momento del conflitto.
In una lettera indirizzata al segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, Blumenthal ha chiesto di chiarire chi abbia ordinato le limitazioni e chi abbia effettivamente il controllo della tecnologia. La vicenda solleva infatti una questione che va oltre le prestazioni tecniche del servizio: chi controlla una tecnologia privata quando questa diventa necessaria per le capacità militari di uno Stato?
Affermando che limitare una tecnologia critica per un alleato espone al rischio le forze ucraine e la popolazione del Paese, il senatore ha anche chiesto quale sia il livello di dipendenza delle stesse forze armate statunitensi dai servizi Starlink.
La questione assume particolare rilevanza considerando gli investimenti effettuati dal governo statunitense nelle capacità satellitari. Secondo Blumenthal, il caso solleva interrogativi anche sul controllo di infrastrutture per le quali Washington ha speso miliardi di dollari.
Il Wall Street Journal ha riferito il 21 ottobre che l’ordine sarebbe arrivato da Elon Musk, patron di SpaceX, e che il giorno successivo il presidente statunitense Donald Trump gli avrebbe telefonato per chiedere che le restrizioni venissero rimosse. Le responsabilità, tuttavia, non sono ancora completamente chiarite. Né Musk né l’amministrazione Trump hanno pubblicamente confermato di aver ordinato il rallentamento.
Allo stesso modo, non è stato chiarito se la situazione sul terreno sia cambiata. Secondo quanto ha dichiarato un funzionario ucraino al Kyiv Independent, pare di no, e che il limite di 161 chilometri orari sia ancora in vigore.
Per Blumenthal, il caso evidenzia una questione strategica molto ampia, che riguarda i rispettivi poteri di Pentagono, Casa Bianca e SpaceX nella gestione di una tecnologia diventata essenziale per la difesa di un alleato.
“Se il Pentagono non può dire chiaramente chi abbia l’autorità di degradare una rete di comunicazioni militari, i nostri partner non possono farvi affidamento e i nostri avversari cercheranno di sfruttare questa incertezza”, ha avvertito il senatore.
Il problema non riguarda soltanto l’Ucraina. La possibilità che un operatore privato possa limitare, modificare o interrompere una capacità utilizzata in un conflitto solleva interrogativi sulla sovranità tecnologica, sulla sicurezza delle infrastrutture critiche e sulla capacità degli Stati di mantenere il controllo sulle proprie comunicazioni militari.
Blumenthal ha chiesto a Hegseth di fornire le informazioni richieste entro il 5 novembre, quasi in concomitanza con le elezioni di metà mandato, che si svolgeranno il 3. In quell’occasione, i Democratici puntano a riconquistare la maggioranza di entrambe le camere del Congresso, attualmente controllate dai Repubblicani.

